lunedì 7 dicembre 2015

REPORT ISTAT SULL' OCCUPAZIONE: INTERPRETAZIONE ALLO SBARAGLIO


Editoriale del Dott. Commercialista Livio landi


 VIDEO NEWS DICEMBRE 2015


(N.d.r.) In tempi in cui le notizie vengono assunte come "suppositorium " senza nemmeno chiederci se non ci sia faziosità nell' esplicazione dell'evento "notizia", il Dott. Livio Landi spiega con semplicità concetti relativi al balletto dei dati ISTAT sulla disoccupazione -  occupazione relativa al mese di ottobre.
Ovviamente a seconda delle fonti mediatiche che ci offrono queste "suppositorium " le interpretazioni sono diverse e in alcuni casi contraddittorie.
Valuto comunque l'effimera speranza esposta dal Dott. Landi di un Jobs Act che "sia sufficiente ad innescare un processo di crescita solido e duraturo che garantisca il posto ai nuovi assunti...", appunto una "effimera speranza", che a mio umile avviso si concluderà nell'ennesimo modo per lucrare e fare cassa di molti imprenditori, soprattutto del settore Alberghiero e della Ristorazione, sempre meno in cerca di dipendenti specializzati.

L'Editoriale:La statistica è una scienza e, come tale, si fonda su regole, formule e procedure tutte coordinate a rappresentare, sintetizzandola, la realtà oggetto della specifica indagine. Fino qui credo che siamo più o meno tutti d’accordo. Senza trattare quelle che sono le specifiche metodologie, che non costituiscono l’oggetto del presente editoriale, è comunque essenziale considerare che ogni indagine statistica, su qualsivoglia argomento, si basa, in fase iniziale, nell’identificazione dell’insieme di ricorrenze dell’evento da indagare e, in fase finale, nell’interpretazione dei risultati ottenuti applicando le metodologie e le formule suddette (che ne costituiscono la fase “centrale”).

Sembrerebbe un processo, sicuramente non facile, ma altrettanto sicuramente così lineare da portare a conclusioni se non simili almeno abbastanza coerenti tra loro; poi, chiaramente, le interpretazioni e le cause valutate come origine dei risultati ottenuti possono essere le più varie in virtù della prospettiva da cui ci si pone per esaminare la questione, ma il senso del risultato ci si aspetterebbe essere abbastanza unitario…..e invece no! Sempre più spesso, ecialmente quando le conclusioni deducibili hanno una qualche valenza politica, dati numerici, apparente, incontrovertibili danno origine valutazioni a dir poco diversificate.

Un fulgido esempio è rappresentato dalla recente analisi, effettuata dall’Istat, sullo stato dell’occupazione nel nostro paese al mese di ottobre. L’argomento, di particolare importanza sia politica che economica (soprattutto per la necessaria valutazione che si sta portando avanti in merito l’impatto sul nostro sistema dell’attuazione del jobs act) , è oggetto di monitoraggio continuo dal parte dell' Istituto di Statistica, con l’elaborazione periodica di report atti a “tastare” il polso di parametri fondamentali quali: Il livello di occupati, livello di disoccupati, Il livello di inattivi Tutte entità queste vengono espresse sia in termini assoluti (cioè il numero di occupati, disoccupati ed inattivi) che in termini di tasso percentuale. Ove. più specificatamente, ai fini Istat  si intendono per:

  • Forze di lavoro: comprendono le persone occupate e quelle disoccupate.
  • Occupati: comprendono le persone di 15 anni e più che nella settimana di riferimento: o hanno svolto almeno un’ora di lavoro in una qualsiasi attività che preveda un corrispettivo monetario o in natura, o hanno svolto almeno un’ora di lavoro non retribuito nella ditta di un familiare nella quale collaborano abitualmente, o sono assenti dal lavoro (ad esempio, per ferie o malattia). I dipendenti assenti dal lavoro sono considerati occupati se l’assenza non supera tre mesi, oppure se durante l’assenza continuano a percepire almeno il 50% della retribuzione. Gli indipendenti assenti dal lavoro, ad eccezione dei coadiuvanti familiari, sono considerati occupati se, durante il periodo di assenza, mantengono l’attività. I coadiuvanti familiari sono considerati occupati se l’assenza non supera tre mesi.
  • Disoccupati: comprendono le persone non occupate tra i 15 e i 74 anni che:o hanno effettuato almeno un’azione attiva di ricerca di lavoro nelle quattro settimane che precedono la settimana di riferimento e sono disponibili a lavorare (o ad avviare un’attività autonoma) entro le due settimane successive, o oppure, inizieranno un lavoro entro tre mesi dalla settimana di riferimento e sarebbero disponibili a lavorare (o ad avviare un’attività autonoma) entro le due settimane successive, qualora fosse possibile anticipare l’inizio del lavoro.
  • Inattivi: comprendono le persone che non fanno parte delle forze di lavoro, ovvero quelle non classificate come occupate o disoccupate. 
  • Tasso di attività: rapporto tra le forze di lavoro e  la corrispondente popolazione di riferimento.
  • Tasso di occupazione:rapporto tra gli occupati e la corrispondente popolazione di riferimento.
  • Tasso di disoccupazione:  rapporto tra i disoccupati e le corrispondenti forze di lavoro.
  • Tasso di inattività: rapporto tra gli inattivi e la corrispondente popolazione di riferimento.(fonte nota metodologica ISTAT

Una possibile motivazione di questa diversità, quando si discute di questi argomenti, è che troppo spesso commentatori, se dicenti esperti, danno (temo volutamente) per scontate, da parte del lettore, sia la conoscenza specifica che la portata (in termini interpretativi) delle entità oggetto della valutazione.Ad esempio con il termine “disoccupato” forse molti di noi pensano immediatamente al lavoratore subordinato che perde il posto di lavoro dipendente o che ne stà cercando uno, mentre a livello ISTAT questa definizione comprende anche i coadiuvanti all’impresa familiare, gli stessi imprenditori individuali, i soci lavoratori di società ecc. Quindi un platea molto più vasta del solo lavoratore dipendente. Da questa vastità si comprende quanto sia necessaria la specifica delimitazione, in fase interpretativa, del commento/interpretazione che si pone in essere, onde evitare di generare valutazioni, da parte del lettore, quantomeno errate.

Facciamo un esempio concreto. Nel suo report l’ISTAT indica un calo degli occupati, per il mese di ottobre 2015, pari a 39000 unità, specificando però che detto calo è determinato dagli indipendenti mentre i dipendenti sono rimasti sostanzialmente invariati. Bene… qualunque commentatore che si limitasse a dire “L’Istat ha rilevato un calo nel numero di occupati per al mese di ottobre pari a 39000 unità”, sarebbe (spero solo colposamente) responsabile di aver diffuso una notizia parziale ed incompleta foriera di rappresentare al lettore, non specificamente aggiornato su quelle che sono le definizioni dei soggetti cui ci si sta riferendo,   una lettura della realtà completamente diversa da quella che invece dovrebbe essere colta: detta così sembra che la decontribuzione operata con il jobs act abbia portato ad una riduzione degli occupati che nell’inconscio collettivo verrebbero identificati con i lavoratori dipendenti.   Questo tipo di “errore” (o presunto tale) è solo un esempio di quelle deviazioni dalla realtà un forse pochino faziose che mi è capitato di cogliere sentendo, negli ultimi giorni, i commenti più disparati in merito . Purtroppo nel nostro paese per arrivare a cogliere la versione più prossima della realtà di un evento, è necessario mettersi di buzzo buono, reperire le informazioni da varie fonti, chiaramente diversificate per corrente politica o economica, farne una media ponderata, mescolare, e vedere cosa se ne ricava in termini informativi…..assurdo no?? Non stiamo valutando, in termini astratti, la bellezza di un quadro o la bontà di un vino, attività coinvolgenti esplicitamente valutazioni meramente soggettive, bensì dati statistici: freddi e cinici se si vuole ma sicuramente oggettivi!  E’ molto facile, ma sicuramente socialmente deleterio, per oratori esperti giocare sulle sfumature per supportare la loro tesi che non è dedotta dalla fredda analisi dei dati ma indotta dalla teoria faziosa che si vuole arrivare a dimostrare a tutti i costi. Capisco e comprendo (mica poi tanto) il diritto alla propria linea editoriale, ma la realtà è tale e tale resta, buona o cattiva indipendentemente da colore o partito politico; e la realtà di cui si parla (e straparla) riguarda trasversalmente tutti quale che sia il nostro colore o credo politico; una visione faziosa, o semplicemente parziale, può a livello sociale ed economico portare a quei danni che nessuno oggi, quale che sia il colore politico, si può permettere.

Veniamo (finalmente direte voi) al dunque.

Pur con tutti gli errori interpretativi (questa volta genuini e disinteressati) che potremmo commettere, cerchiamo di valutare il report Istat in maniera oggettiva e, soprattutto, costruttiva per tutti. ISTAT  che sintetizza i dati numerici, traspare da un lato che la riduzione degli occupati, come si diceva prima per 39000 unità, dipende dal calo degli indipendenti come sopra definiti. Quindi non una riduzione dei lavoratori assunti, bensì una riduzione di coloro che potenzialmente potrebbero, se probabilmente fossero nelle condizioni di poterlo fare, assumerne altri. Forse ancora peggio. La prospettiva secondo me peggiora ulteriormente se si considera la presumibile destinazione di queste persone. Cioè questi soggetti, magari titolari o coadiuvanti di imprese o soci lavoratori di società che fine hanno fatto? Sicuramente una parte, spero non esigua, è riuscita a riciclarsi come dipendenti ma, temo, che buona parte siano andati ad impinguare le file di quelli che l’ISTAT definisce come “inattivi” che solo nel periodo agosto-ottobre 2015 sono cresciuti di ben 66.000 unità. Questo secondo me è il dato più preoccupante: una fetta (che si sta ingrossando sempre più) di popolazione potenzialmente attiva sta perdendo la speranza di poter trovare un’occupazione oppure (e qui spero proprio di sbagliarmi) si sta rassegnando ad accettare di lavorare in “nero” magari sottopagati ed in condizioni di sicurezza precaria o, infine, di farsi bastare (per il tempo che la normativa concede) il sostegno economico di quegli ammortizzatori sociali che per altro la riforma introdotta dal jobs act prevede di modificare significativamente.


Sicuramente il calo della disoccupazione (meno 13.000  persone in cerca di lavoro ad ottobre e meno 410.000 nei dodici mesi) è un dato che rincuora e che francamente ci si poteva aspettare, vista la decontribuzione instaurata dal jobs act per le nuove assunzioni, ma bisogna anche considerare che una riduzione di 410.000 persone che cercano lavoro non vuole dire automaticamente che 410.000 persone lo abbiano trovato: una grossa fetta di queste ( 196.000 persone ) si sono rassegnate, sempre nei 12 mesi, all’inattività (apparente o reale che sia).

Non si deve neanche dimenticare il PIL (Prodotto Interno Lordo) che sta crescendo lentamente, troppo lentamente per non pensare che l’aumento dell’occupazione senza una coerente crescita della produzione finisca per penalizzare la produttività. Come professionista non potevo che guardare con ottimismo alla politica di sostegno alle imprese ed all’occupazione introdotta con la decontribuzione del jobs act (se pure con i miglioramenti e le correzioni che sarebbe opportuno studiare), spero solo che, da un lato, la spinta sia sufficiente ad innescare un processo di crescita solido e duraturo che garantisca il posto ai nuovi assunti anche quando, normativamente, termineranno le agevolazioni e, dall’altro che gli imprenditori non si limitino semplicemente a capitalizzare ed a riservarsi il frutto di tali agevolazioni, ma che li reinvestano nella loro attività.