giovedì 22 gennaio 2015

DEMOCRAZIA DI SANGUE

"La violenza è l'esperienza fondatrice di ordine per antonomasia
H. Popitz, Fenomenologia del potere"
Questo articolo scritto da Francesco Mercadante sotto forma di breve racconto,  probabilmente farà molto discutere, ma è una chiave di lettura alternativa a quello che per molti di noi è la logica di sangue del "terrorismo islamico" 

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Oggi, sono ciò che non avrei mai 
immaginato di essere, sono ciò che non so di essere; io non ho molta coscienza di me. Sono a capo di una milizia clandestina armata. Noi uccidiamo al solo scopo di uccidere. Noi uccidiamo coloro che ci hanno uccisi tempo fa…perché noi non siamo vivi. Non abbiamo una famiglia, non abbiamo una casa, non apparteniamo più ad alcuna realtà. Chi ci cerca vuole la nostra stessa morte. Viviamo di morte e di morti.  
Un bel giorno, un tizio, alto, ossuto e spocchioso e con passo da segugio, s'introdusse furtivamente in casa mia (...molto probabilmente, dalla finestra del ballatoio, che io, a pensarci bene, non ho mai chiusa; mi sono sempre detto che sarebbe stato impossibile rubare qualcosa ad un povero. Mah! Che cosa si può togliere alla miseria?). Ad ogni modo, torniamo ai fatti! Vi racconto come andarono le cose: in pratica, trovai quest'uomo comodamente seduto sul divano della mia sala da pranzo e, per giunta, con le gambe accavallate: fumava avidamente ma con elegante disinvoltura un grosso sigaro! Se proprio devo essere sincero, sulle prime, la sua presenza non generò in me cattive impressioni, nonostante avessi  non posso mica nasconderlo  il timore dello Sconosciuto. Ed inoltre, credetemi!, mi sovvenne il pensiero d'essere caritatevole ed accogliente... Lo so, vi sembro stupido, ingenuo. Molto spesso, anch'io ho pensato d'esserlo. Però, ascoltatemi bene, ve ne prego! Io sono cresciuto per le strade, secondo costumi antichi, sono stato educato al senso della semplicità e dell'ospitalità; insomma, non sono abituato a vedere il male dappertutto. Quand'ero piccolo, rientrando a casa all'ora dei pasti, portavo sempre con me qualche compagnetto di giochi. La mia mamma, buon'anima, non se ne lamentava mai, anzi io stesso mi meravigliavo che quelle poche pietanze, di cui disponevamo, bastavano a saziare tutti, anche coloro che non erano attesi. Eppure eravamo quasi indigenti. Papà era morto già da un pezzo. Ebbi solo il tempo di conoscerlo per fissarne l'immagine nella memoria. Da adolescente ero già orfano, costretto a lavorare per aiutare la mamma, ma…lavorare mi piaceva, mi inorgogliva. Mi sentivo un grande uomo. Per passatempo, io e miei amici ci prendevamo a sassate giocando a “guardia e ladri”. Qualche testa si rompeva. Eccome! Ma siamo cresciuti sani e robusti. Beh, non tutti: alcuni non ce l'hanno fatta…non per le sassate! Sono morti durante una guerra che non ho mai capita. Come mio padre! Come mio fratello! Come mia sorella, che però non ha mai combattuto! Sì, ammetto la mia deficienza, a proposito di questa guerra, anche se ho studiato. Io, signori miei, mi sono laureato in Scienze Politiche…perché volevo saperne di più.
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Devo dire grazie a quella santa donna di mia madre, che non c'è più. Se oggi fosse viva, mi vergognerei un po' nei suoi confronti; mi toccherebbe dirle che io, anzitutto, pur avendo letto molti libri, non sono mai riuscito a capire un accidente di questa storia dei confini territoriali! Mi toccherebbe pure dirle che oggi faccio il fabbro, un mestiere che non ha niente a che vedere con i miei studi. Ho ereditato l'arte da mio padre, che, come s'è già compreso, non ha mai potuto insegnarmela. Beh, non voglio annoiarvi ancora con la cronaca della mia vita. Torniamo al racconto per il quale siamo qui. Aggiungo solo che il mio mestiere mi consentì, ad un certo punto, di costruire una modesta casetta, pochi metri quadrati, intendiamoci!, alla quale tuttavia diedi un nome; la chiamai villa Hurria, in memoria di mia madre. Che importa se non era una villa o una tenuta? Per me lo era! Lo era a tal punto che, come vi ho già detto, quel giorno in cui vi trovai l'anomalo visitatore, una piccola parte di me si sentiva quasi onorata. Chi mai  mi dicevo  sarebbe potuto venire a farmi visita?  Se ne stava lì, mi studiava ed io non sapevo se accennare ad un sorriso o ad una smorfia di severità. Egli, pur vedendomi perplesso, non mi rivolse alcuna parola; mi fissò per alcuni lunghi e raggelanti minuti ed io, per contro, animato dalla volontà d'accoglienza dissi, tra me, che forse quell'uomo mi era stato inviato da Dio affinché io dessi prova del mio Santo Spirito di Comunione e Fratellanza. Il suo sguardo trasmetteva una certa superbia, ma non me ne curai. Era ben vestito e composto; la sua postura lasciava intravvedere una naturale disposizione alla quiete ed al rilassamento. Quando mi fui deciso a parlare, egli, con un gesto solenne e perentorio della mano, della quale mi fu mostrato il palmo, mi tacitò per esordire al posto mio. Mi disse che, nel segno della democrazia, sarebbe stato corretto ch'io gli cedessi, con effetto immediato, la mia camera da letto e la mia stanza da bagno. Feci fatica ad ascoltare quella sentenza che mi privava brutalmente di alcuni elementi della mia umile dimora, guadagnata in parecchi anni di sacrificio, ma mi votai a saggezza e temperanza, considerando che non sarebbe stato disdicevole dormire sul divano ed urinare o defecare in giardino. Fu così che accettai in nome di Dio e della Democrazia. Col tempo, la situazione si complicò terribilmente anche perché lo Sconosciuto si rifiutava d'instaurare con me una qualsivoglia relazione, anzi non mi degnava neppure d'attenzione. Tre mesi dopo il suo primo ingresso, mi fece sapere attraverso una specie di documento stracolmo di bolli e firme, prodotto con calligrafia incomprensibile e depositato in bella vista sulla tavola delle vivande, che anche la cucina ed i due vani restanti sarebbero diventati sua proprietà: a me sarebbe stato concesso una sorta d'imprecisato comodato d'uso. A quel punto, protestai con veemenza! Mi riusciva difficile credere che lo volesse il Cielo. C'era qualcosa di ingannevole! La mia protesta sortì una conseguenza devastante: fui minacciato di espulsione da tutti i processi democratici. All'idea di rinunciare ai valori d'una vita fui pervaso da disgusto e nausea, sicché mi rassegnai, me ne feci una ragione, come si suol dire, ed andai a vivere nel garage di fronte alla mia ex casa. Il garage, di fatto, non mi apparteneva, tuttavia, seguendo la nuova logica, mi parve naturale occupare un luogo che peraltro era vuoto, disadorno ed anche disabitato.  Da quel posto, tuttavia, cominciai a covare collera e voglia di vendetta. Me ne vergognavo, è vero, ma, tanto più tentavo di darmi un contegno, quanto più diventavo furioso. Nello stesso tempo, ero alquanto terrorizzato dalla figura ipnotica dell'usurpatore. Mi resi conto, in alcune circostanze, che doveva essere un tipo piuttosto facoltoso e potente perché riceveva spesso in visita oscuri personaggi in doppiopetto armati fino ai denti. Beh, pensai, la democrazia va difesa col sangue! In quei giorni, mi chiedevo come avrei potuto far valere i miei diritti... Ci voleva un'azione di forza, ne ero conscio! Con una certa operosità e  non lo nego  col sangue agli occhi per la rabbia, raccattai delle pietre e, all'alba d'una mattina qualunque, cominciai a scagliarle contro la finestra dalla quale lo Sconosciuto era entrato. Non volevo diventare antidemocratico, ma ero persuaso che riconquistare una casa guadagnata con fatica e dolore fosse un supremo atto eroico e democratico. Al frangersi del primo vetro, vidi comparire  sarebbe meglio dire “materializzarsi dal nulla”  una squadra di energumeni in divisa mimetica che imbracciavano ciascuno un fucile. Non ebbi neppure il tempo di provare paura: fui subissato da calci e pugni e scaraventato sanguinante sulla strada. Riavutomi, decisi di fingermi morto per un po' o , per lo meno, di lasciare intendere che la mia persona non costituiva più una minaccia per la nuova democrazia. Essi, soddisfatti, dell'efficacia dell'intervento mi abbandonarono sulla strada ed io intuì, a quel punto, di essere nuovamente libero. Può sembrare paradossale, ma mi si gonfiò il petto di gioia alla sola idea di pianificare una vera e propria fuga dal mio paese. E così fu: corsi via; mi diedi al vagabondaggio per un po'; da ultimo, quantunque privato di tutto, ebbi l'impressione di toccare con mano la libertà. Presso un porto qualunque, del quale  perdonatemi!  non ricordo neppure il nome, riuscì ad evitare la sorveglianza e ad infilarmi in un container diretto all'estero. Il viaggio fu lungo e, ad un certo punto, anche tormentoso. Vi risparmio le peripezie e gli espedienti che furono necessari alla sopravvivenza, vi confesso solo che, di colpo, fui assalito da angoscia ed abbattimento: mille e più pensieri mi assillavano. Che tipo di democrazia avrei trovato nel nuovo paese? Come mi avrebbero accolto? Avrei potuto ricominciare a lavorare? Avrei potuto ricostruire la mia casetta dando ad essa, ancora una volta, il nome di mia madre? Donna Hurria. E se avessi trovato un'altra guerra ancora più ambigua e cruenta di quella del mio paese? Stavo per perdermi d'animo, quand o mi resi conto che la nave era già approdata a destinazione. Dove mi trovavo? Udii un rumore assordante e fui invaso da una luce che mi accecò. Lo stordimento fu tale che non riuscii a percepire neppure la mia collocazione nello spazio e nel tempo. Qualcuno mi prese sottobraccio ed io trasalii dalla paura. Poco dopo mi resi conto che la presa non era affatto violenta. Anzi, qualcun altro, non so chi, aveva pure provveduto a mettermi una coperta sulle spalle. A poco a poco, fui in grado di aprire gli occhi. Notai subito l'immensa diversità di uomini e cose, una diversità che avevo solo studiata sui libri. Venni fatto salire su un pullman assieme ad altri miei conterranei che, con grande stupore, mi ritrovai accanto. Non so dirvi perché…ma trovai in tutto quel caos qualcosa di familiare. Il viaggio su strada non fu lungo. O, forse, sì. Ero talmente immerso nei miei pensieri da non riuscire ad averne coscienza. So, per certo, che, non più di un'ora dopo, mi venne offerto un pasto caldo: io spalancai gli occhi e ricominciai a pensare alla democrazia tanto studiata. La gente che mi aveva accolto stava per restituirmi ciò che mi era stato tolto con la forza. Sono sempre stato un ottimista inguaribile, un sognatore, pertanto, in quelle circostanze, il mio primo pensiero fu villa Hurria. Chissà per quale strano motivo, pensai che qualcuno di lì a poco avrebbe provveduto a cacciare gl'invasori. D'altronde, le buone letture mi davano ragione, i giornali altrettanto: c'erano le risoluzioni e gli accordi internazionali che vietavano l'occupazione territoriale. Ne ero certo: qualche governo avrebbe, prima o poi, inviato le proprie truppe di liberazione in una vera missione di pace. I giorni passarono tra attese snervanti; non capivo neppure dove mi trovavo soprattutto perché ero obbligato a stare all'interno di una struttura le cui mura ed i cui varchi d'ingresso erano sorvegliati da militari armati. Nessuno mi faceva del male, è vero, com'è vero che non mi era consentito uscire o fare domande. Chiesi un paio di volte di poter parlare con un responsabile, ma l'interprete, un mio connazionale, mi riferì che non era possibile e solo in alcuni giorni, uno o due al mese, i funzionari si sarebbero fatti vedere per interrogarci. Perché avrebbero dovuto interrogarci? Quali erano le nostre colpe? Io ero stato picchiato, privato della mia proprietà ed avrei pure dovuto subire un interrogatorio? Mi resi conto molto presto d'essere troppo ingenuo e benevolo verso quelle persone, così che maturò in me la voglia di fuggire da lì. Non potevo stare rinchiuso in quell'ambiguo alloggio, mentre qualcuno disponeva a proprio piacimento della mia casa. Ingenuo sì, ma codardo no. Una notte, approfittando della distrazione delle guardie, oltrepassai la recinzione e corsi via. Non ero da solo. Alcuni miei compagni di avventura avevano pianificato tutto già da tempo. Li seguii senza esitazione. Ero talmente grato a loro per questo dono di libertà che prestavo loro ogni servizio necessario. Per il resto, ero un alleato silenzioso. Vagabondammo per qualche giorno. Poi, incontrammo altri fuggitivi, che sembravano aspettarci. Erano furbi i miei nuovi amici. A stare con loro s'imparava molto. Sapevano cavarsela in tutte le complesse situazioni in cui, nostro malgrado, ci trovavamo. Da quell'incontro, tuttavia, le cose cambiarono. Infatti, cominciai a sentire discorsi molto strani ed inquietanti, tanto che ne fui allarmato e sconcertato. Il più anziano del gruppo tirò fuori delle cartine per istruirci sul percorso da seguire; poi, ci mostrò le armi in nostro possesso e ci ordinò di sparare a chiunque ci avesse sbarrato la via. Impallidii. L'obiettivo non mi era noto, ma tanto più si procedeva quanto meno volevo saperne. Avevo visto troppe armi nella mia vita, ma non ne avevo mai usata una né intendevo usare quella che mi era stata assegnata. Io per loro avevo già un ruolo. Le cose si mettevano male. Perché c'era sempre qualcuno che decideva per me? Prima, occupano la mia casa, poi mi rinchiudono in un posto che non conosco e, per giunta, mi devono interrogare, da ultimo, mi danno un ruolo da protagonista in un progetto criminoso. Io non voglio uccidere qualcuno, rivoglio la mia casa e la mia quiete, la mia semplicità, voglio sposarmi ed avere dei figli. Null'altro. Io non sono un eroe. Fu così che, per la terza volta in pochi mesi, mi toccò scappare. Volevo tornare nella mia terra. Ero stato uno stupido a lasciarla. M'incamminai verso il nulla, ormai reietto, ma sempre più risoluto. Non sapevo ancora che mi attendevano più o meno tre mesi di viaggio. Vi risparmio il racconto delle peripezie, delle sventure, delle ripetute fughe dalle varie polizie e di tutte le volte in cui rischiai di morire. Vi dico solo che, col tempo e le indicibili fatiche, sentivo crescere in me la collera e la voglia di vendetta. Sulle prime, considerai insoliti ed occasionali questi sentimenti di odio, ma, a poco a poco, non potei più fare a meno di accettarli come parti del mio essere. Ogni qual volta in cui l'abbattimento stava per avere la meglio su di me, mi comparivano innanzi le immagini del tizio seduto sul mio divano, dei soldati che mi avevano pestato a sangue, di quelli che sorvegliano la struttura di accoglienza. A nessuno di loro importava della mia casa, della mia libertà. Mi convinsi che, forse, i miei compagni di fuga avevano delle buone ragioni per essere così aggressivi e violenti. Queste congetture e queste sensazioni mi accompagnarono fino ad un passo dalla mia casa. Vi giunsi con entusiasmo e grinta, pronto anche a morire, pur di riprendermela. Ma non la trovai. L'intera zona era stata spianata, attorno ad essa spiccava lucente il filo spinato ed, ancora una volta, uno schieramento di soldati era piazzato lì a scoraggiare chiunque volesse introdurvisi di soppiatto. Compresi che era giunto il momento di abbandonare la pace e la speranza. Ero certo, a quel punto, che anch'io sarei riuscito ad uccidere.

Oggi, sono ciò che non avrei mai immaginato di essere, sono ciò che non so di essere; io non ho molta coscienza di me. Sono a capo di una milizia clandestina armata. Noi uccidiamo al solo scopo di uccidere. Noi uccidiamo coloro che ci hanno uccisi tempo fa…perché noi non siamo vivi. Non abbiamo una famiglia, non abbiamo una casa, non apparteniamo più ad alcuna realtà. Chi ci cerca vuole la nostra stessa morte. Viviamo di morte e di morti. 

Articolo di Francesco Mercadante © del 22 Gennaio 2015

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