giovedì 26 febbraio 2015

QUEI DOSSIER DELL’INTELLIGENCE TRASCURATI

L’ISIS OVVERO LA MINACCIA DELLE MULTINAZIONALI

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Allo scopo di sgomberare subito il campo da inutili e fuorvianti teorie, cominciamo col dire ciò che l’ISIS non è e, soprattutto, perché non può essere in un certo modo. L’ISIS, di certo, non è un gruppo terroristico, come, invece, comunemente si dice. L’ISIS non è direttamente collegata con gli attentati che sono stati compiuti di recente o, per lo meno, nell’ultimo decennio, in Europa. L’ISIS non è espressione di al Qaida. L’ISIS è, anzitutto, un movimento politico-religioso che si contraddistingue, contro qualsiasi diritto umano, per una marcata, ininterrotta e sanguinosa azione militare e rivendica principalmente gli insediamenti territoriali di Siria e Iraq. Dall’irrazionale e rapido trionfo del suo metodo, fatto di teste mozzate e torture, proclami di vendetta contro l’occidente e minacce di annientamento globale, è conseguita l’estensione dell’obiettivo, che adesso potrebbe definirsi jihadismo ecumenico, ovverosia imposizione del Califfato e del radicalismo ad alcuni paesi di matrice islamica moderata o sui quali ONU e NATO, nel tempo, hanno messo le mani.  Qui, però, bisogna fermarsi e smettere di parlare solo dell’ISIS per capire che cos’è l’ISIS perché i movimenti sullo scacchiere internazionale sono talmente numerosi e complessi da togliere il respiro a qualsiasi analista esperto che voglia almeno tentare di essere onesto. Non si può liquidare la questione affermando che si tratta di un complotto, come non si può sostenere il contrario. Nello stesso tempo, non è sufficiente registrare i misfatti del 2011, anno in cui, paradossalmente, misteriosamente e contemporaneamente, giungono al capolinea alcuni regimi, per asserire che si sia trattato dell’insorgenza di nuovi partiti della guerra che si sono giovati della debolezza delle polizie locali. Nessuna di queste tesi, se isolata, fa al caso nostro perché, una volta consacrata, priverebbe di logica tutto il resto. A noi resterebbe solo il caso. E, naturalmente, non possiamo accontentarci del caso. Mettiamoci alla prova con un quesito nostrano! In seguito alla Riforma dell’Intelligence italiana,  di cui è testimonianza la L. 3 agosto 2007, n. 124, il Dipartimento per le Informazioni della Sicurezza, organo di cui si servono la Presidenza del Consiglio dei Ministri e l’Autorità Delegata, di anno in anno, riferisce al Parlamento mediante la stesura  e la Pubblicazione di una Relazione al Parlamento, cui ciascun cittadino può regolarmente accedere. Quale che sia il punto di vista circa i documenti citati, si tratta comunque di fonti preziose e ben strutturate, dove si può ricostruire la trama  della minaccia terroristica dell’ultimo decennio. E’ difficile a dirsi, pertanto, perché molto di rado siano consultate o adottate. Siamo abituati a sentire su Youtube il brillante excursus del giornalista di turno, ma nessun ambiente giornalistico fa riferimento a queste Relazioni. Perché? Perché si fa un gran parlare di Libia, Siria e delle infiltrazioni del radicalismo salafita nel nostro paese  solo negli ultimi anni, quando le Relazioni del DIS di cinque o sei anni fa contenevano già un’esposizione allarmante della
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criticità internazionale? Possibile che queste informazioni siano state trascurate fino a questo punto?  Da quasi dieci anni sarebbe stata attestata in Italia, con addensamenti nevralgici in Piemonte, Toscana, Emilia Romagna, Lombardia e Veneto, la forte presenza del Gruppo Salafita per la Predicazione e il Combattimento, oltre che del gruppo al Qaida nel Maghreb Islamico, del Movimento Sciita Hizballah e del non meglio identificato movimento del Jihadismo pachistano. Il centro di principale reclutamento sarebbe stato identificato in Lombardia, regione maggiormente colpita dal fenomeno e dove si sarebbero uniti marocchini, tunisini e libici. L’uso del condizionale – si badi! – è dovuto non già alla precarietà delle fonti, che, invece, essendo costituite da documenti istituzionali, sono  più che affidabili, bensì al senso di imbarazzo che si prova nel leggerle. Infatti, la questione non finisce qui. Dal 2005 al 2008, nel nostro paese, perquisizioni e arresti avrebbero decimato la comunità marocchina. Sulle prime, si correrebbe il rischio di farsi assalire dai dubbi circa il Marocco, paese noto da tempo per la stabilità politica e dove molti imprenditori italiani hanno investito parecchio. Non esistono accordi bilaterali particolari tra Italia e Marocco, ma l’interazione è sempre stata intensa e liberale. Tra le altre cose, il sovrano marocchino Mohammed VI ha sempre gestito in modo esemplare la lotta al terrorismo e all’eventuale insorgenza di simili rischi, giungendo a dichiarare fuorilegge il movimento Jaamat al Adl wa al Ishan (Giustizia e Carità) a causa di una sua drastica e pericolosa evoluzione. Fatto poco noto, invece, è l’attentato di Marrakech del 28 aprile 2011. C’è da chiedersi però perché sia emersa tutta questa attenzione nei confronti del Marocco? Vedremo di darci delle risposte nel corso del testo. Purtroppo, queste domande sembrano delle provocazioni nette, ma così non è. Procedendo oltre, è appena il caso di dire che tutto questo non è ISIS. Si può parlare sicuramente di movimenti filoqaidisti, di jihadismo fanatico, ma l’ISIS non c’entra. Prima di addentrarci nel mondo maghrebino, nel corno d’Africa o nella storica patria di al Qaida, cioè in quella vasta area al confine tra Afghanistan e Pakistan, è bene capire che cosa è accaduto di recente in Europa e perché non bisogna cadere nel rischio di allarmismo o nel panico generale che precede una guerra. Dai più si sente dire che siamo in guerra: sembra un eccesso della fantasia. Se fossimo in guerra, dovremmo almeno sapere chi ha mosso guerra a chi e perché. Il territorio europeo, da qualche tempo, com’è noto, è oggetto di attentati suicidi o di attacchi con uso di IED (Improvised Explosive Devices) e, ancora più di frequente,  con uso di armi da fuoco. Le figure che hanno dominato la scena europea, però, sono alquanto insolite o, comunque, non appartengono  a vere e proprie strutture di significato militare, religioso e politico: ci stiamo riferendo ai cosiddetti homegrown mujahidin, ai self starter e ai lone terrorist, la cui azione è improvvisa, imprevedibile, fuorché in alcuni e rari casi, e quasi del tutto dissociata da movimenti o gruppi terroristici, dai quali invece trae sostanziale ispirazione. Costoro, per lo più insospettabili cittadini maghrebini trasferitisi in Europa e molto di frequente naturalizzati, seguono per anni, in silenzio, i proclami e gli inviti alla jihad globale fatti dai leader carismatici di matrice qaidista, che ormai viaggiano sul web, di server in server, in una sorta di safe haven, fino a sviluppare una concezione deviante della shahada, la testimonianza di fede del musulmano, che, prima o poi si traduce in violenza mediante la cooptazione di alcuni agguerriti seguaci dell’integralismo. E’ necessario ribadire, nello stesso tempo, che si tratta di casi isolati, quantunque temibili e numerosi. Le espressioni adottate dall’Intelligence italiana e internazionale per definirli – e da noi riprese in questo articolo –, homegrown mujahidin, self starter e lone terrorist ne indicano perfettamente la natura e nulla di più può essere attribuito loro, se non tramite processi di fantasia sconclusionata e, talvolta, inaccettabile. E’ evidente che gli ultimi rivolgimenti dell’area mediorientale e, in particolare, di quella iraqena costituiscono uno sprone rilevante per questi soggetti, influenzandoli e sospingendoli all’azione, ma è altrettanto evidente che i Servizi Segreti o hanno ricevuto direttive bizzarre o hanno trascurato la disciplina dello Humint (Human Intelligence), che si basa direttamente sulle risorse e le informazioni elaborate dalle persone fisiche, a vantaggio della disciplina del Techint (Technical Intelligence), la quale si affida esclusivamente alle risorse tecnologiche. Danimarca, Belgio, Spagna, Gran Bretagna, Germania e Francia, unitamente all’Italia, sono gli stati che hanno risentito maggiormente, fino ad ora, delle minacce vaganti, avendo accolto inconsapevolmente cellule isolate di reclutamento e formazione filoqaidista e terroristica. Di qui passa un altro dubbio allarmante perché dalla lettura della relazione al Parlamento del 2010 fatta dai nostri Servizi, relazione che fa riferimento naturalmente al 2009, apprendiamo che l’allarme per la Francia era già piuttosto elevato, quasi clamoroso, se consideriamo i fatti di Parigi. In questa sede, non vogliamo entrare nel merito della vicenda di Charlie Hebdo perché se n’è parlato fino allo sproloquio, ma non possiamo non registrare il paradosso della situazione. inque anni non sono sufficienti ai Servizi Segreti di mezza Europa ad evitare una strage? Nonostante i dubbi, non si può gridare allo scandalo perché siamo in presenza di una componente asimmetrica degli attacchi, non adeguatamente connotata da uno specifico modus operandi; di conseguenza, i complottisti, a torto o a ragione, non possono fare altro che tacere, almeno per obiettività e onestà intellettuale. Ci sono dei criteri scientifici  e accreditati per la classificazione delle fonti, la valutazione e la rielaborazione di un dato; non si può giocare a fare lo Sherlock Holmes di turno, senza avere mai messo piede in un paese arabo o senza avere mai fatto uno sforzo d’analisi comparata. A proposito di giochi, se anche noi volessimo giocare con le informazioni o volessimo accontentarci di quelle che ci giungono, basterebbe parlare di Sham, cioè di Grande Siria (Libano, Siria, Territori Palestinesi, Israele e Giordania), che costituirebbe il vero obiettivo dello Stato Islamico itinerante, il Califfato, per porre fine all’interpretazione degli eventi, inquadrando il tutto pure all’interno di confini geopolitici. Ma siamo incontentabili e, oltre a chiederci, come abbiamo già fatto, perché se ne parli solo adesso, quando già quasi dieci anni fa il progetto era noto, vogliamo tentare di ricostruire una trama internazionale occulta e, forse, infiltrata più dalle multinazionali dell’energia e del petrolio che dai terroristi dell’ISIS o di al Qaida o di Boko Haram. D’ora in avanti, sottoporremo i fatti al vaglio critico del lettore, limitandoci a produrre solamente delle ipotesi di collegamento, benché sia chiaro che un corretto processo di informazione e comunicazione non possa né debba spingersi oltre, a meno di possedere prove certe. Purtroppo, ci vorrebbe un trattato per passare in rassegna tutti gli episodi salienti e utili alla comprensione. Procederemo, pertanto, con una selezione, che confidiamo possa dare un’idea dello stato di cose. Il 31 dicembre 2008 fu il giorno annunciato al mondo come la data di scadenza del mandato ONU in Iraq. In effetti, il dichiarato ritiro dei caschi blu ebbe seguito. In quello stesso anno, tuttavia, accade qualcosa di strano sotto il profilo della politica internazionale. Gli Stati Uniti d’America siglarono col governo iraqeno di Al-Maliki lo Status of Forces Agreement (SOFA), un accordo in base al quale si sarebbe stabilita la presenza permanente delle truppe americane nel paese contro il radicalismo sciita e le cellule di guerriglia baathista. Sarebbe lecito chiedersi, sulle prime, per quale motivo sia stata scavalcata un’organizzazione intergovernativa come quella delle Nazioni Unite, ma sappiamo già di non essere capaci di rispondere o, diversamente, sappiamo che ogni risposta c’indurrebbe a pensare male. Prima di trarre conclusioni affrettate, raccogliamo altri fattori di criticità e dubbio. Nel settembre del 2009, poco meno di un anno dopo, il Congresso degli Stati Uniti approva la Legge Kerry-Lugar, con la quale considerevoli finanziamenti vengono destinati al governo di Islamabad. L’episodio potrebbe sembrare neutrale e privo di valore, qualora non si sapesse che il Pakistan, paese dalle vicende assai controverse e spesso oggetto di devastazioni terroristiche, è fondamentale nella strategia di contenimento dell’offensiva dei Talebani. Il confine tra Pakistan e Afghanistan è ormai tormentato e privo di pace da tempo. Anche in questo caso, non si sa molto di risoluzioni dell’ONU volte a generare almeno un equilibrio intergovernativo. C’è da meravigliarsi allora per l’eccesso di spazio di propaganda che si assegna all’ISIS, mentre le notizie essenziali restano al di fuori della portata dei più. Gli aiuti finanziari statunitensi diretti al Pakistan potrebbero avere un altro movente. Il caso vuole che la geografia non sia opinabile. Ogni giorno, dallo stretto di Hormuz,  tra Emirati Arabi e Iran, transitano quasi 20 milioni di barili di greggio. Questo stesso caso vuole che il Pakistan, a ovest, confini proprio con l’Iran, paese storicamente maledetto dagli USA. Sempre secondo il terribile e incontrastabile caso, i dossier relativi all’attuale situazione del Corno d’Africa e dello Yemen denuncino un peggioramento della minaccia terroristica e del fenomeno della pirateria che si estenderebbe dal Golfo di Aden al Golfo dell’Oman. Sull’Arabia Saudita c’è poco da dire perché non si può sicuramente pensare che sia antiamericana. Ancora una volta, ci tocca dichiarare che la nostra non è una posizione antiamericana, ma siamo per lo meno obbligati a registrare gli eventi secondo la loro oggettiva evoluzione, pertanto non possiamo non tener conto di coincidenze che sembrano inchiodare gli USA a delle responsabilità “affaristiche”.  Per esempio, è molto strano – lo ripetiamo – che si citi molto spesso il Marocco nelle Relazioni dell’Intelligence e si parli poco dell’Algeria, una delle cui regioni, la Cabilia, è stata spesso teatro di devastazioni e da cui provengono molti “terroristi fai da te”. Con un po’ di diffidenza, potremmo pensare ad un tentativo d’influenzare lo spostamento degli interessi commerciali, ma peccheremmo di presunzione. L’anno che più d’ogni altro c’interessa agli effetti d’una revisione del terrorismo jihadista o salafita o sciita, a seconda della matrice d’influenza, è il 2011 perché l’intero nord Africa è praticamente messo a soqquadro dalle rivoluzioni e dai cambiamenti traumatici. Ciò che ci impressiona è il fenomeno della contemporaneità, di perfetta sincronia tra gli accadimenti. Il 20 ottobre, viene ucciso Muammar Gheddafi, un uomo che per più di 40 anni aveva guidato la Libia, senza mai ricevere alcuna forma di consenso o di investitura ufficiale. In poco tempo, com’è noto, il fronte rivoluzionario, dopo avere conquistato la Cirenaica e la Tripolitania, mette sotto assedio anche Sirte, finendo col trucidare il dittatore. Su di lui, tutti noi avevamo parecchie notizie, soprattutto per le Relazioni economiche che aveva instaurato nel nostro paese: era azionista di Unicredit, Finmeccanica, Juventus et cetera. Tutto ciò gli era stato concesso e nessun ente “umanitario” s’era mai preoccupato delle sue possibili implicazioni in crimini contro l’umanità. Di colpo, però, la comunità internazionale decide di sostenere gli insorgenti e ribaltare il regime. La situazione sembra simile a quella iraqena e che ha contraddistinto la caduta di Saddam Hussein. Il sospetto, però, si fa cocente nel momento in cui scopriamo che il gasdotto Mellitah-Gela, che era stato disattivato a causa dei fermenti bellici e dei dissapori tra Gheddafi e l’occidente, viene riattivato il 15 ottobre 2011. Esattamente cinque giorni prima della morte di Gheddafi. Le coincidenze sono sempre prodotte dal nostro ingenuo sguardo, umano troppo umano. Altra considerazione va fatta circa la conduzione della rivoluzione libica, avviata con l’operazione Odissey Dawn ad opera dell’ONU, e portata a termine con l’operazione Unified Protector, ad opera della NATO. La differenza tra ONU e NATO è sostanziale e importante. Infatti, mentre gli interventi delle Nazioni Unite dovrebbero essere caratterizzati dalla cooperazione globale e umanitaria per storia e identità, la NATO proprio per storia e identità e più militare e offensiva, tranne che la guerra fredda fosse una passeggiata lungo la cortina di ferro. In quanto alle terre del gas naturale, che pare un bel movente, sappiamo che Gela è una città siciliana: nulla da eccepire. A ovest della Libia si trova la Tunisia, che è la punta africana più avanzata del Maghreb verso l’Europa, fatta eccezione per il Marocco, paese maghrebino a stretto contatto con la Spagna. Ebbene? Nel 2011, esce di scena anche Zin El-Abidine Ben Ali, presidente tunisino per più di vent’anni. L’insurrezione popolare lo costringe a fuggire in esilio a Jedda, in Arabia Saudita, che comunque appare una strana destinazione. Di certo, Ben Ali non era una guida illuminata e benevola, ma è altrettanto evidente che quest’uomo per due decenni, col consenso della comunità internazionale, ha accolto investimenti occidentali d’ogni genere e specie riuscendo a riscattare la Tunisia da una condizione di pericolosissimo impoverimento e sottraendola alla spinte del fondamentalismo islamico. Tra le altre cose, il partito Ennahda, che gli era sempre stato fedele, improvvisamente, nel 2011, cambia opinione e lo tradisce. Cosa dire allora delle sommosse popolari che hanno portato alla caduta del presidente egiziano Mubarak? Il copione è uguale dappertutto. E’ ovvio che, quando si abbatte in modo traumatico un regime, i ribelli tentino in tutti i modi di accaparrarsi risorse di ogni tipo, dalle armi al denaro contante, dai diamanti ai documenti riservati, così da scatenare il caos negli ambienti istituzionali, che potrebbero avere parecchie cose da nascondere. Purtroppo, il denominatore comune del conflitto tra occidente e terrorismo islamico è costituito attualmente dal gas naturale e dal greggio. Se, per esempio, volgiamo lo sguardo alla cartina del medi oriente e osserviamo l’evoluzione territoriale di Israele ai danni dei territori palestinesi, un po’ di buon senso ci impone una serie di interrogativi, ai quali possiamo rispondere immaginando che solo l’interesse economico delle grandi potenze può aver generato tale forma di irrazionalità statale perché – sia chiaro! – Israele ha tutto il diritto di coesistere, ma, in linea con quanto sta accadendo, non se ne comprende lo storico comportamento espansionistico, come se l’Austria ricominciasse a rivendicare quella fascia di terra che va dalle Alpi Carniche alle Dolomiti. Negli ultimi mesi, per mezzo dei mass-media siamo stati informati del disastro umano che incombe sulla Siria. Prestando fede alle cronache, gli schieramenti rivali sono stati rappresentate nel tempo dalle Forze Governative e dalla Coalizione Nazionale Siriana. Da un’indagine approfondita si scopre facilmente, anzitutto, che la Siria è in “stato di emergenza” dal 1962.  Le stime fornite dalle Nazioni Unite sono fissate nelle cifre di 110.000 morti e quasi 6 milioni di sfollati in direzione dei paesi confinanti (Turchia, Giordania e Libano). Che cosa è successo dal 1962 ad oggi? E’ noto che: la Lega Araba, gli Stati Uniti e gli stati della Cooperazione del Golfo Persico (Arabia Saudita, Bahrain, Emirati Arabi Uniti, Kuwait, Oman e Qatar) hanno condannato le violenze (…come prelevare un bicchiere d’acqua dall’oceano pretendendo di abbassarne il livello); Kofi Annan, in qualità di inviato speciale dell’ONU, ha tentato di risolvere la crisi (…come fosse l’Arcangelo della Liberazione); Ban Ki-moon, Segretario Generale dell’ONU, ha avvertito – si dice – in tempi non sospetti che il conflitto si sarebbe ampliato (…come fosse una sventurata Cassandra). Verrebbe fatto di chiedersi: - Se lo aveva detto pure il Segretario Generale dell’ONU, perché nessuno lo ha ascoltato? Oppure: perché ricopre questo ruolo, se nessuno gli presta attenzione? -. Verrebbe fatto di (…), ma non vogliamo abbandonarci alla retorica. Secondo l’opinione del governo siriano, almeno quella che è giunta fino a noi, i ribelli della Cooperazione Nazionale Siriana, cioè i signori dell’ISIS, intenderebbero instaurare un regime islamico radicale. Lo dimostrerebbe il loro legame con al Qaida. Chi si è sempre opposto al governo, al contrario, rivendica delle forme di libertà democratica, che Bashar al-Assad, il Capo di Stato, come sappiamo, aveva sempre soppresso. Qual è la verità dei fatti? E’ necessario spingersi alla ricerca di qualche punto fermo. E’ certo che la forma di governo siriana, prima della ribellione totale, era codificata in una repubblica semipresidenziale. Il presidente avrebbe dovuto essere una carica elettiva. E’ altrettanto certo, tuttavia, che il paese è sempre stato controllato dal monopolio politico del partito Ba’th e il presidente eletto, di volta in volta, apparteneva sempre alla famiglia Assad (…più o meno, le cose sono andate così per 40 anni). A nostro avviso,  la più sconvolgente delle notizie – lupus in fabula – è la seguente: il 24 ottobre 1945, la Siria ha fatto il proprio ingresso nell’ONU. Emergono come dirompenti molti altri interrogativi… Ma, se il cane si morde la coda… In sostanza, sarebbe sbrigativo dare la colpa ai regimi autocratici o religiosi, i quali, per lo meno, hanno un nome e sono riconoscibili, se poi siamo costretti ad accettare che i paladini delle libertà democratiche appartenenti alle Istituzioni governative covano a lungo ed in silenzio uova di basilisco. E’ bene che, in questa scacchiera composita e caleidoscopica, si tengano in considerazione non solo gli opposti schieramenti siriani ma anche e, soprattutto, quelli internazionali. Francia, Inghilterra e Stati Uniti hanno sempre appoggiato la Cooperazione Nazionale Siriana, ovvero l’ISIS, mentre i paesi dell’Oriente che conta, su cui prevalgono Russia e Cina, appoggiavano le Forze Governative. Procedendo oltre con gli studi, si potrebbe anche documentare che buona parte dell’Africa settentrionale, dell’Europa orientale e settentrionale sostenevano indirettamente i ribelli. Guarda caso – sempre il caso! –, tutte le leadership dell’Africa settentrionale sono state annientate nel 2011. Sarebbe interessante scoprire in che misura si estende l’avverbio “indirettamente”. Per converso, l’America latina, l’India e l’Africa meridionale sostenevano, altrettanto indirettamente (?), Bashar al-Assad. Viste le forze in campo, è fin troppo chiaro che nessuno ha interesse ad intervenire concretamente per riportare pace ed ordine. “Pace” ed “Ordine”, in questo caso, diventano eufemismi o, comunque, figure retoriche adottate ad uso e consumo popolare, come fossero formule di un catechismo dalle “larghe intese” religiose o simboliche. L’Arabia Saudita costituisce indubbiamente un caso intrigante. E’ il paese che ha promosso la nascita della Cooperazione del Golfo Persico, la cui sede, non a caso, è a Riyadh. Lo scopo ufficiale di tale struttura intergovernativa è sempre stato quello di garantire un certo equilibrio economico e politico-sociale all’interno dei paesi aderenti: Bahrain, Emirati Arabi Uniti, Kuwait, Oman e Qatar. Uno sguardo alla geografia politica di pertinenza farebbe sorgere dubbi pure ad un acuto studente delle scuole medie. E’ sicuramente casuale che i paesi summenzionati rientrino in un’area territoriale prossima a quella del paese promotore. E’ logico, tra le altre cose, auspicare che, alla base di un sistema siffatto, si proponga un solido patto di stabilità economica; il che, in effetti, è stato fatto. All’epoca della guerra tra Iran ed Iraq, infatti, la proposta era già bell’e pronta attraverso la pianificazione di una moneta unica, il Khaliji, e, soprattutto, di un mercato comune. A poco più di vent’anni di distanza dalla proposta, il progetto è svanito. L’Oman, nel 2007, ha comunicato di non essere in grado di rispettare i parametri di stabilità. In seguito, anche gli Emirati Arabi Uniti hanno fatto un passo indietro, tanto che si è ancora alle prese con ipotesi e congetture politico-finanziarie. E’ legittimo chiedersi: gli analisti di finanza internazionale d’origine Saudita non erano in grado di prevedere che la maggior parte dei paesi membri non avrebbe avuto la forza e la stabilità per rispettare i parametri dell’eventuale mercato comune? Oppure s’è trattato d’un’iniziativa concepita unicamente per arginare le mire iraniane ed il baathismo (…quello stesso baahtismo imperante in Siria)? Ancora una volta, il caso ha voluto che la caduta di Saddam Hussein facesse venire meno anche l’ardore comunitario della CGC. Sempre il caso ha voluto che, in contrapposizione alla nascita dell’Organismo di Riyadh, lo stesso Saddam Hussein desse vita al Consiglio di Cooperazione Araba assieme all’Egitto, alla Giordania ed allo Yemen del nord. Che cos’hanno in comune lo spirito umanitario ed il petrolio? I conti, purtroppo, tornano. Le maglie di questa rete sono abbastanza strette, talmente strette che non passa neppure l’aria. Da quasi cinquant’anni, infatti, non cambia alcunché: l’immobilismo è la regola d’oro che bisogna rispettare per rendere invulnerabile la Ragion di Stato. ISIS significa Stato Islamico dell’Iraq e della Siria: sì, come acronimo, significa questo…
Articolo di Francesco Mercadante © del 26 Febbario 2015


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